L’anatocismo esprime un metodo di calcolo degli interessi per il quale gli interessi maturati secondo una certa periodicità vengono “capitalizzati”, cioè sono sommati al capitale e sono di conseguenza essi stessi produttivi di altri interessi (la periodicità in genere è pattuita tra creditore e debitore, ma sulla validità di tale pattuizione si tornerà nel prosieguo). Questo metodo di calcolo favorisce il creditore a discapito del debitore.

 

Per fare un esempio, prendiamo in considerazione un rapporto sul quale la Banca ha addebitato interessi passivi con capitalizzazione trimestrale degli stessi.

Capitale = -1.000 €; tasso interesse= 10% (quindi interessi prodotti in un trimestre = 100 €). Alla fine del primo trimestre, se è stato applicato anatocismo, a produrre interessi passivi non sarà il solo capitale (- 1.000), ma la somma tra il capitale e gli interessi maturati nel primo trimestre, che vengono capitalizzati (1.000 + 100= -1.100). In caso di anatocismo quindi gli interessi per il secondo trimestre verranno calcolati sulla somma di € 1.100 e non sul solo capitale iniziale (1.000). Gli interessi prodotti nel secondo trimestre saranno quindi pari a 110 €, ed a loro volta andranno a sommarsi al capitale per formare così una base di calcolo maggiore degli interessi per il terzo trimestre successivo, pari, nell’esempio suesposto a 1.210 €. E così via, determinando una base di calcolo sempre maggiore e giocoforza produttiva di sempre maggiori interessi.

 

Il nostro codice civile si occupa di questo fenomeno all’art. 1283 c.c., il quale prevede il divieto di anatocismo in questi termini: “In mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre altri interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza e sempre che si tratti di interessi dovuti per almeno sei mesi”.

Il divieto dell’anatocismo (bancario e non) è dunque esistente nel nostro ordinamento sin dall’entrata in vigore del codice civile (1942).

Ciò nonostante le Banche lo hanno sempre applicato ed il fenomeno dell’anatocismo ha interessato particolarmente le liquidazioni degli interessi sui conti correnti bancari.

Quasi tutte le Banche hanno nel tempo liquidato gli interessi a debito del correntista con frequenza trimestrale, mentre gli interessi a credito dello stesso venivano generalmente liquidati solo con cadenza annuale.

Questo meccanismo provocava una sfasatura nella maturazione degli interessi ed il conseguente fenomeno dell’anatocismo, perché venivano calcolati interessi su interessi, a discapito del correntista.

 

Tuttavia le Banche agivano, in senso lato, “legittimamente” quando applicavano la sopraesposta metodologia di calcolo degli interessi sui conti correnti, perché tale comportamento consuetudinario era stato avallato da una prima, forse un po’ troppo superficiale, giurisprudenza, che affermava l’esistenza di una vera e propria norma consuetudinaria in deroga al disposto del codice civile.

 

La Suprema Corte di Cassazione è poi intervenuta in materia, con le celebri sentenze n. 2374/1999 e n. 3096/99 ed ha statuito che: gli interessi scaduti non possono produrre altri interessi ogni trimestre: al contrario di quanto sostenuto dagli Istituti di credito non esiste un uso normativo che autorizzi il c.d. anatocismo al di fuori dei limiti imposti dalla legge. E’ quindi nulla la clausola inserita dalla banca nel contratto e fatta sottoscrivere al cliente. (…)”; ne consegue che le risultanze di un rapporto di conto corrente – sino a che l’Istituto non provveda alla dovuta sostanziale correzione – potrebbero essere errate, determinando in alcuni casi,  in funzione della data di apertura del c/c, del numero di operazioni ed altri fattori, una notevole differenza tra gli importi addebitati e quelli ricalcolati epurando l’effetto anatocistico.

 

Nessuna legge prevede che gli interessi passivi siano capitalizzati periodicamente, trattandosi unicamente di disposizioni di clausole negoziali inserite unilateralmente dalle banche nei contratti ed a loro esclusivo vantaggio; non esiste, quindi, nel nostro ordinamento quell’uso normativo considerato dall’art. 1283 c.c. – “In mancanza di usi contrari, [gli interessi scaduti possono produrre altri interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza e sempre che si tratti di interessi dovuti per almeno sei mesi”]- e che autorizzerebbe la capitalizzazione degli interessi.

Per l’esistenza di una norma consuetudinaria o di un uso normativo occorre infatti il requisito della “opinio iuris ac necessitatis”, ovvero la consapevolezza e la volontà dei consociati di obbedire ad una regola – anche se non scritta – dell’ordinamento giuridico. Chiaramente questa pratica non veniva accettata dai consociati (correntisti) come se fosse una norma giuridica vincolante, ma piuttosto era imposta dalle Banche e subita dai correntisti o, per usare le parole del Tribunale di Milano, si trattava di “soggezione psicologica ad una clausola imposta al soggetto più debole dal contraente più forte” (Trib. Mi 07 giugno 2001).

Mancando gli usi (e non sono sufficienti gli usi contrattuali, quindi a nulla rilevando che fosse una prassi consolidata per le Banche la capitalizzazione degli interessi) non sono integrati i requisiti di legge di ammissibilità dell’anatocismo.

Questo è stato statuito dalla Cassazione che ha declassato gli usi bancari da normativi a negoziali, facendo venire meno il fondamento giuridico della richiesta degli interessi a debito trimestralmente (quindi quattro volte l’anno – vedi Cass. n. 2374/99 e n. 3096/99).

 

L’inesistenza di un uso normativo che autorizzi la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi è stata sancita altresì da una ulteriore pronuncia della Corte di Cassazione (sent. n. 1281 del 01/02/2002): “La clausola di un contratto bancario, che preveda la capitalizzazione di interessi dovuti dal cliente, è nulla in quanto si basa su un uso negoziale e non su un uso normativo, come esige l’art. 1283 c.c. La configurabilità di un uso normativo richiede il requisito oggettivo, della uniforme e costante ripetizione di un dato comportamento, e quello soggettivo della consapevolezza di prestare osservanza, operando in un certo modo, a una norma giuridica, in modo che venga a configurarsi una norma avente i caratteri della generalità e della astrattezza”.

Anche la giurisprudenza di merito è allineata a questa impostazione e si potrebbero citare innumerevoli pronunce.

 

La Suprema Corte con sentenza n. 12507/99 ha in aggiunta stabilito – rispetto alle due precedenti citate pronunce – che tale invalidità non può certo essere resa inoppugnabile da una mancata contestazione dell’estratto conto da parte dell’utente (tesi sostenuta dalle Banche in giudizio, secondo la quale la mancata contestazione dell’estratto conto da parte del correntista sarebbe equivalsa ad accettazione del contenuto dello stesso, rendendolo inoppugnabile).

Si consideri anche che la contabilizzazione trimestrale comporta l’addebito al cliente di tutte le spese amministrative di chiusura del conto, che vanno ad aggiungersi al debito effettivo per interessi: interessi e spese quattro volte l’anno con una risultanza contabile spropositata ed illegittima rispetto a quella effettivamente dovuta.

L’illegittimità degli interessi anatocistici è stata definitivamente confermata anche dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 425/00, che ha sancito l’incostituzionalità dell’art. 25 comma 3 del d. lgs. 342/99 nella parte in cui stabiliva la validità ed efficacia delle clausole relative alla capitalizzazione degli interessi passivi contenute nei contratti anteriori al d. lgs. 342/99 e fino all’entrata in vigore della delibera del CICR 9.02.2000, che ha stabilito le modalità ed i criteri per la produzione di interessi su interessi.

A dissipare ogni eventuale dubbio sono poi intervenute le Sezioni Unite della Suprema Corte (sent. 21095/2004), stabilendo la non ammissibilità della capitalizzazione periodica degli interessi in quanto non esiste un uso normativo che la autorizzi e stabilendo altresì che la illegittimità della medesima è rilevabile anche ex officio ed in ogni grado di giudizio (vedi anche Cass. Civ., sez. I, sent. n. 4095 del 25/02/2005).

La volontà legislativa, trasfusa già nel TUB (Testo Unico Bancario – D.Lgs 385/1993), si è però orientata nel senso della non illegittimità del comportamento delle Banche qualora queste provvedano a liquidare periodicamente non solo gli interessi maturati a loro favore, ma anche quelli a credito del correntista.

 

In sostanza sarebbe sufficiente il riconoscimento di pari reciprocità di trattamento e quindi la contabilizzazione sul conto corrente di eventuali interessi a credito della clientela, per essere in regola con le norme legislative disciplinanti l’anatocismo bancario.

Tale impostazione è stata recepita dal sistema e si è così giunti alla già citata Delibera del CICR emanata il 9 febbraio 2000, la quale ha fissato il momento di decorrenza dell’obbligo, a carico delle Banche, di riconoscere ai correntisti pari periodicità nella liquidazione degli interessi, attivi e passivi, disponendo che tutti gli Istituti di credito si adeguassero entro la data termine del 30 giugno 2000.

Questa data è di grandissima rilevanza ai fini del ricalcolo degli interessi anatocistici,

 

USURA

 

Partendo quindi dal presupposto che, allo stato attuale, è quindi possibile chiedere alle Banche la restituzione della differenza tra gli interessi effettivamente addebitati, applicando la capitalizzazione trimestrale, e quelli che avrebbero dovuto essere applicati in base alle regole dettate dalla legge (Codice Civile), andiamo ad analizzare più nel dettaglio la questione dedicando un breve cenno ad una tematica strettamente collegata all’anatocismo, ovvero all’ “USURA”.

 

Con la Legge 108/96 sono stati stabiliti i limiti oltre i quali i tassi applicati nei contratti di conto corrente sono da considerarsi usurari.

In genere, a prima vista, i tassi comunicati ai correntisti non sembrano eccedere tali limiti.

Tuttavia, a volte, se gli stessi vengono ricalcolati alla luce dell’effetto anatocistico, delle spese e delle commissioni non dovute, riportano ad un T.E.G. (Tasso Effettivo Globale) applicato effettivamente, che può superare quello previsto per legge.

La legge antiusura all’art. 4 dispone che: “se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”.

Anche di tale importante aspetto si dovrà quindi tener conto in sede di ricalcalo.

Ancora due aspetti da analizzare, per offrire un panorama completo della materia.

Il primo riguarda la mancata determinazione dei tassi di interesse, il secondo la cosiddetta CMS (Commissione di massimo scoperto).

 

MANCATA DETERMINAZIONE DEI TASSI

 

Ci riferiamo ai casi in cui manchi una pattuizione scritta che determini i tassi di interesse applicabili al rapporto di conto corrente (quindi la clausola sia “in bianco” o non vi sia, ad esempio, per mancanza del contratto).

Parimenti si applicheranno i criteri sotto riportati di ricalcolo laddove la clausola di determinazione dei tassi d’interesse sia presente, ma faccia rinvio al cosiddetto “uso su piazza”.

La Suprema Corte ha infatti stabilito che le clausole di determinazione degli interessi mediante rinvio all’uso su piazza siano da considerarsi invalide.

Pertanto, quali interessi si applicheranno in tutti questi casi?

In assenza di tassi concordati (sempre nel senso sopra specificato e, quindi, anche in caso di pattuizione con rinvio agli usi) si applicano le seguenti norme:

–        fino al 9.07.1992 l’art. 1284 c.c. (testo riportato di seguito)

***

Art. 1284. (1)
Saggio degli interessi.

Il saggio degli interessi legali è determinato in misura pari al 2,5 per cento in ragione d’anno. Il Ministro del tesoro, con proprio decreto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana non oltre il 15 dicembre dell’anno precedente a quello cui il saggio si riferisce, può modificarne annualmente la misura, sulla base del rendimento medio annuo lordo dei titoli di Stato di durata non superiore a 12 mesi e tenuto conto del tasso di inflazione registrato nell’anno. Qualora entro il 15 dicembre non sia fissata una nuova misura del saggio, questo rimane invariato per l’anno successivo.

Allo stesso saggio si computano gli interessi convenzionali, se le parti non ne hanno determinato la misura.

Gli interessi superiori alla misura legale devono essere determinati per iscritto; altrimenti sono dovuti nella misura legale.

Vedi D.M. 12 Dicembre 2007 che stabilisce la misura del saggio degli interessi legali al 3 per cento in ragione d’anno, con decorrenza dal 1° gennaio 2008.

***

–        dal 10.07.1992 al 31.12.1993 il tasso di cui all’art. 5, Legge n. 154 del 17.02.1992, ovvero il Tasso BOT annuale dei 12 mesi precedenti; secondo questa modalità: tassi minimi a favore della Banca – tassi massimi a favore del correntista (anche se esistono diverse interpretazioni, questa è quella seguita dal Tribunale di Milano);

 

–        dal 1.01.1994 sino ad oggi il Tasso di cui all’art. 117 TUB (Testo Unico Bancario, D.Lgs 385/93) – Tasso BOT annuale dei 12 mesi precedenti; sempre: tassi minimi a favore della Banca – tassi massimi a favore del correntista.

 

Sino al 30.06.2000 (data stabilita dalla Delibera CICR 9.02.2000 come limite alle Banche per adeguarsi alle nuove regole) tale calcolo si effettuerà epurando l’effetto anatocistico completamente, quindi non capitalizzando mai gli interessi (in un primo momento la giurisprudenza era più orientata nel senso di non considerare la capitalizzazione trimestrale, ma di ammettere in sede di ricalcalo la capitalizzazione su base annuale, tale orientamento appare però superato), ed eliminando addirittura le Commissioni di Massimo Scoperto (su cui si tornerà infra).

Dal 1.07.2000 in poi è stato consentito l’anatocismo bancario, nel senso che è legittima la capitalizzazione degli interessi, da parte degli Istituti di Credito, su base trimestrale, ma a condizione di reciprocità (quindi con riferimento sia agli interessi passivi sia agli interessi attivi).

Dal ricalcolo degli interessi (attivi e passivi), da effettuarsi applicando al conto corrente il nuovo tasso di interesse (secondo i tassi sostitutivi tempo per tempo applicabili di cui sopra), eliminando sino al 1.07.2000 la capitalizzazione (e verificando da tale data in poi il rispetto della condizione di reciprocità) ed eliminando altresì le CMS, ne seguirà una notevole riduzione del debito del correntista.

Pertanto le Banche sono tenute alla restituzione delle somme indebitamente addebitate e trattenute.

 

COMMISSIONE DI MASSIMO SCOPERTO

 

In un contratto di apertura di credito (fido bancario o affidamento), si definisce commissione di massimo scoperto (CMS) una percentuale, calcolata al tasso convenuto, sulla massima esposizione avuta sul conto corrente durante il trimestre di riferimento ed essa si addiziona agli interessi convenzionali.

Per quanto riguarda tale commissione di massimo scoperto, la giurisprudenza è giunta a rilevare l’inammissibilità, in linea di principio, della inserzione automatica di un onere di siffatta portata attraverso la assimilazione ad una clausola d’uso.

 

Non appare infatti possibile la dilatazione del contenuto del contratto bancario a pattuizioni inespresse, in considerazione della disciplina della trasparenza bancaria e dello spirito informatore del Testo Unico Bancario, che escludono che il correntista possa essere obbligato a qualsivoglia onere che non sia specificamente indicato nel contratto (art. 117, quarto comma, Testo Unico Bancario); come pure – in conformità con la espressa esclusione di qualsiasi legittimità di un rinvio agli usi (art. 117 sesto comma) – è in radice esclusa qualsiasi possibilità di inserire nel contratto contenuti negoziali non espressamente pattuiti e derivanti al contrario da usi esterni al contratto.

 

Comunque l’intera tematica della commissione di massimo scoperto va rivisitata alla stregua dei principi generali che regolano i contratti (determinabilità dell’oggetto e causalità del negozio).

Una recente sentenza della S.C. (Cass. n. 870 / 2006), definisce la Commissione di massimo scoperto come “remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione dei fondi a favore del correntista indipendentemente dall’effettivo prelevamento della somma”.

Nell’ipotesi di utilizzo, da parte cliente, di una parte solamente della somma affidata, la banca percepirebbe un interesse corrispettivo per la somma utilizzata ed una commissione per la residua somma tenuta a disposizione.

 

Negli usi bancari, contrariamente a quella che dovrebbe essere la sua natura in accordo con la definizione che ne fa la S.C., la commissione di massimo scoperto non viene calcolata sulla somma affidata o rimasta disponibile, bensì, al contrario, sulla somma massima utilizzata nel periodo  e per tutti i giorni del periodo di riferimento.

 

La Giurisprudenza, non rinvenendo alcuna giustificazione causale, si è orientata per la nullità del relativo addebito. Tale nullità viene ravvisata laddove si consideri la commissione di massimo scoperto come un “ulteriore e non pattuito addebito di interessi corrispettivi rispetto a quelli convenzionalmente pattuiti” per l’utilizzazione del credito.

Deve quindi ritenersi che: “la commissione di massimo scoperto, enunciata quale corrispettivo per il mantenimento dell’apertura di credito e indipendentemente dall’utilizzazione dell’apertura di credito stessa, è nulla per mancanza di causa, atteso che si sostanzia in un ulteriore e non pattuito addebito di interessi corrispettivi rispetto a quelli convenzionalmente pattuiti per l’utilizzazione dell’apertura di credito” (cfr. Tribunale Milano, 4 luglio 2002).

 

La nullità, rilevabile d’ufficio, di siffatta pretesa obbligatoria appare dunque di chiara evidenza: il supposto rapporto obbligatorio o patto contrattuale deve ritenersi, infatti, nullo per totale mancanza di una causa giustificatrice poiché la remunerazione della utilizzazione della somma messa a disposizione dalla banca consiste negli interessi corrispettivi e tali interessi dovranno essere calcolati, nella misura a tale titolo convenuta, sulla somma concretamente utilizzata e per tutto il periodo di tempo in cui la somma è stata utilizzata.

Dopo numerose pronunce giudiziarie in parte concluse in favore della illegittimità della commissione massimo scoperto, il Governo prima, ed il Parlamento poi hanno finalmente decretato la parola fine a tale ingiusto strumento di lucro per gli istituti di credito.

 

Con la Legge 2/2009, in conversione del cd. decreto “anti-crisi” (d.l. 185/08) è infatti stato disposto che sono nulle le clausole che prevedono una remunerazione alla banca per la messa a disposizione di fondi al correntista, indipendentemente dall’effettivo prelevamento e dall’effettiva durata dell’uso da parte del cliente.

La commissione massimo scoperto, solo se prevista contrattualmente, potrà essere applicata in caso di un saldo negativo di trenta giorni, e non più anche nel caso di un solo giorno di “rosso” in conto.

Anche questo elemento quindi si aggiunge al fine di determinare una maggiore differenza, a favore del correntista, in sede di ricalcolo delle somme ingiustamente addebitategli negli anni dalle Banche.

 

Avv.  Andrea Lucchina