Nel corso degli ultimi anni, grazie anche alle sentenze della Cassazione, nella letteratura giuridica si sono delineati tre tipi di danno che competono prevalentemente alla figura dello psicologo.

  1. Il danno psichico. Si tratta di una figura di danno ancora in corso di definizione dalla dottrina e dalla giurisprudenza, e si differenzia dal danno fisico poiché non ha una manifestazione esteriore rilevabile attraverso esami medici. Infatti, mentre la lesione fisica lascia un segno evidente, il trauma psichico è caratterizzato da manifestazioni che riguardano appunto la sfera emotiva, cognitiva e comportamentale, spesso senza ripercussioni sul corpo del soggetto. La menomazione psichica consiste nella riduzione durevole e significativa di una o più funzioni della psiche della persona, al punto di impedire al danneggiato di attendere del tutto o in parte alle sue occupazioni ordinarie di vita.
  2. Il danno esistenziale. Al contrario, il danno esistenziale viene considerato come una modalità di manifestare sofferenze comportamentali conseguenti a un cambiamento significativo di progettualità. Esso si esprime in modificazioni della personalità e del modo di vivere la propria vita rispetto a quanto avveniva precedentemente al verificarsi dell’evento traumatico. In altri termini, il danno esistenziale si presenta come un trauma che altera l’equilibrio psicologico e modifica lo stile di vita nell’ambito dei rapporti sociali, della famiglia e degli affetti, in ottica relazionale ed emotiva, condizionando marcatamente la qualità della vita.
  3. Il danno morale. Oltre al danno psichico e al danno esistenziale, la letteratura fa riferimento a un tipo di danno che si esprime come “lutto fisiologico” legato al trauma. Si tratta di uno stato di “sofferenza psichica”, di tristezza e prostrazione, causato dal trauma e dall’iter medico-giudiziario che si profila come necessaria conseguenza del fatto. In sintesi, il danno morale viene tradizionalmente definito come il turbamento psichico soggettivo causato dall’atto subito, cioè come stato di abbattimento provocato dall’evento dannoso. Il danno morale, pertanto, non comporta una perdita o una riduzione di attività significative, ma una sensazione di dolore che può comunque inficiare qualitativamente la normale vita di relazione.

Le differenze tra i tre tipi di danno sono sostanziali. Il danno psichico deve fondarsi su una psicopatologia, cioè su una alterazione patologica delle funzioni psichiche dell’individuo. Contrariamente, il danno morale non costituisce una vera e propria psicopatologia, in quanto è lo stato fisiologico di sofferenza che caratterizza colui che subisce il danno. Il danno esistenziale, infine, si determina in un in un “non poter più fare”, a causa di modifiche irreversibili alla propria vita. L’alterazione riguarda, in quest’ultimo caso, i processi di adattamento alla vita quotidiana.

 

Metodologia

Per valutare la presenza e la consistenza del trauma occorre un’analisi approfondita del soggetto, caso per caso, con aspetti metodologici che dovranno riguardare non soltanto i colloqui clinici, ma anche test di livello, di personalità e proiettivi, al fine di valutare sia eventuali alterazioni delle funzioni mentali primarie di pensiero, ma anche gli stati emotivo-affettivi e l’organizzazione di personalità. Lo scopo consiste nell’analizzare eventuali modificazioni della sfera psichica nel corso del tempo e in seguito a modificazioni indotte da eventi esterni. Fondamentale, per questo tipo di valutazione il ruolo comete al CTU, che deve accertare l’esistenza del trauma psichico valutando se il danneggiato ha subito una compromissione, una menomazione o una riduzione della sua capacità di comprendere e di accettare la realtà, attraverso processi di adattamento non più equilibrati.

L’accertamento della preesistenza o meno di disturbi psichici rappresenta un punto importante delle indagini peritali, perché consente di verificare se vi siano o meno altri fattori che abbiano scatenato il disturbo. Il CTU deve procedere con una accurata raccolta dei dati anamnestici, con l’esame della documentazione clinica e con l’analisi delle deposizioni testimoniali, orientate ai fini clinici per accertare l’esistenza di patologia psichica in atto o precedente e il suo inquadramento nosografico. A completamento dell’indagine classica (anamnesi, colloquio clinico e osservazione), appare necessario quindi un accurato e specialistico esame psicodiagnostico, effettuato rispettando la metodologia di somministrazione e interpretazione e facendo riferimento alle linee guida relative all’utilizzazione dei test psicologici in ambito forense.  Il consulente tecnico deve inoltre descrivere il livello di integrazione sociale del soggetto in esame prima dell’evento “traumatizzante”, e deve valutare il livello di compensazione e dei meccanismi di difesa messi in atto dopo l’evento e descrivere lo stato attuale dell’esaminato. Dal momento che è difficile stabilire con certezza la connessione causale tra un certo fatto ed un disturbo psichico, è necessario che il consulente tecnico faccia una corretta diagnosi differenziale, attraverso l’analisi della struttura di personalità.

Quanto descritto dimostra la complessità delle indagini peritali, per cui appare necessario riferirsi caso per caso senza generalizzazioni cliniche che porterebbero a semplificazioni non realmente utili per la comprensione di vicende così difficili e delicate. Sarebbe inoltre preferibile, per tutte queste ragioni, che le operazioni peritali avessero carattere interdisciplinare, ovvero venissero affidate ad un collegio peritale composto da differenti figure professionali.

 

Diego Scarselli

Psicologo clinico – Consulente in ambito giuridico