FAMIGLIA DI FATTO: quid facti che assurge a quid iuris?

Alla luce del mutato sentire sociale ci si è chiesti se la famiglia di fatto sia ancora da relegarsi su di un piano fattuale o se, diversamente, sia da ricondurre alla dimensione qualificante del diritto.

In altri termini si tratta di stabilire se situazioni e rapporti di carattere intrinsecamente familiare, ma tali solamente “di fatto” per non avere ricevuto veste formale con l’apposizione del crisma sacramentale, debbano perciò solo considerarsi tamquam non esset agli occhi della legge.

Oppure, in caso contrario, se ed entro quali limiti, questi risentano della vis attrattiva del diritto, che li sottopone, quasi disinteressandosi del requisito della “legalità”, a regole giuridiche così come accade per l’unione legittima.

Interrogativo di non poco momento atteso che le convivenze extramatrimoniali talvolta possono palesare quelle medesime esigenze di organizzazione e regolamentazione, peculiari della comunità familiare fondata sul matrimonio.

Il che vale soprattutto allorquando i protagonisti di quell’ unione interagiscano con terzi.

Può dirsi, al proposito, che la “famiglia” intesa in senso lato, ha una essenziale dimensione giuridica. sia perché origina una serie di relazioni stabili tra le persone, che in essa vi realizzano un’intera vicenda esistenziale, sia perché è destinata a proiettarsi sul piano della società esterna.

Detto ciò, per dare una risposta al quesito se, mutato il costume sociale, l’istituto in esame da quid facti assurga a quid iuris, occorre passare in rassegna il frammentato tessuto normativo che, ad oggi, regolamenta la “famiglia di fatto”; noi ci occuperemo in queste righe, della legislazione solo in campo di filiazione.

Una sifatta analisi consentirà di individuare le aree ed i modi di rilevanza del fenomeno nell’ordinamento positivo, negli ordinamenti dottrinali e nei referenti giurisprudenziali.

 

AMBITO CIVILISTICO: FILIAZIONE:

Ai fini del discorso che qui si svolge occorre innanzitutto richiamare la disposizione di cui all’art. 317-bis, comma 2 c.c.

La  norma anzidetta prevede che se il riconoscimento del figlio naturale è fatto da entrambi i genitori, “l’esercizio della potestà spetta congiuntamente ad entrambi qualora siano conviventi …”.

In tal caso la normativa codicistica stabilisce che si applichi quanto previsto dall’art. 316 c.c., vale a dire le disposizioni dettate per l’esercizio della potestà sui figli in costanza di matrimonio.

Il legislatore, sostanzialmente, nell’ottica delle relazioni genitori-figli ha ravvisato identità funzionale tra la famiglia non fondata sul matrimonio e quella legittima.

Orbene, negligendo tra l’altro il dato che la norma di cui all’art. 317-bis c.c. fa riferimento ad una generica convivenza e non a quella more uxorio, taluna dottrina opina nel senso che in essa sia dato rinvenire il riconoscimento giuridico del nucleo familiare di fatto.

Talaltra corrente di pensiero, ritenendo questa ricostruzione un errore di visuale, pone l’accento piuttosto sull’esigenza di tutelare il minore ed i suoi rapporti con il genitore.

A favore di tale ultima opzione depone, tra l’altro, il dato inconfutabile per cui la tutela degli interessi dei figli è ritenuta, da tempo ed in tutti gli ordinamenti, sovraordinata ad ogni altra esigenza.

Prova ne è il fatto che il diritto di famiglia è sorto non tanto per la regolamentazione dei profili sottesi al rapporto di coniugio, bensì per la disciplina dei diritti e doveri dei genitori nei confronti dei figli, ai quali deve in ogni caso essere garantita un “famiglia”, a prescindere dalle vicende personali dei genitori.

Alla luce di quanto detto allorquando la discussione verte sulla famiglia di fatto occorre operare una distinzione tra un primo aspetto afferente alla filiazione ed un secondo concernente i conviventi.

Ricostruzione, quest’ultima, condivisa dalla Corte Costituzionale, che ha precisato la necessità di differenziare “le relazioni orizzontali che intercorrono tra i partners da quelle verticali che intercorrono tra essi e gli eventuali figli”.

La ratio sottesa a tale distinguo è ravvisabile nella necessità che nel secondo caso vi sia un’incisiva regolamentazione giuridica, con cui si possa adeguatamente presidiare la posizione dei figli a prescindere dalla tipologia di legame instaurandosi fra i genitori; scelta, quest’ultima, in cui i figli non hanno voce in capitolo.

Sulla base dei rilievi di cui sopra, dunque,  la previsione legislativa in commento deve essere letta in funzione della tutela del figlio e non già dei rapporti tra i genitori.

In altri termini, nella fattispecie di cui all’art. 317-bis c.c. quella che viene in rilievo è la “convivenza con il figlio” non la “convivenza” sic et simpliciter.

Taluna dottrina precisa che: “In ogni caso i genitori non debbono necessariamente convivere come coniugi, cosi che non può essere negata l’applicabilità della norma pur quando non fosse ravvisabile nemmeno una parvenza di comunità di tipo familiare”.

In definitiva può affermarsi che “la norma in questione s’inserisce in quella tendenza, legislativa ma non solo, volta a ridimensionare il ruolo esclusivo della famiglia legittima”.

Viepiù, ci si è resi conto che la famiglia di fatto, lungi dal risolversi in un mero accadimento sentimentale, si fa portatrice di istanze assimilabili a quella della famiglia fondata su iustae nuptiae.

Istanze, cui risultano sottese componenti valoriali non trascurabili quale, appunto, quella della tutela della filiazione.

 

Ciò detto,in relazione a quest’ultima si rende necessario richiamare l’art.6, comma 4 della L. n.184/1983 (come novellato dalla L. n. 149/2001), a termini del quale le convivenze more uxorio, se stabili e continuative, ed a cui faccia seguito il matrimonio, valgono ai fini del triennio per potere adottare.

Nonostante ciò, si mediti sul dato che ad oggi nel tessuto normativo per le coppie eterosessuali manca la possibilità di accedere alle procedure di adozione.

Al proposito taluna dottrina afferma: “l’impossibilità per le coppie eterosessuali conviventi di accedere alle procedure di adozione costituisce uno degli ultimi ostacoli alla completa realizzazione degli effetti elementari all’interno di tali formazioni; cioè ammettere tale facoltà, significherebbe affrancare i conviventi da una posizione deteriore, basata su argomentazioni deboli sotto il profilo giuridico ed anodine dal punto di vista dello sviluppo fisiopsichico del minore”.

La stessa dottrina, tra l’altro, rileva che: tale posizione normativa di limitazione appare destituita di fondamento: collocata in un contesto che ha preso atto della rilevanza sociale del fenomeno della convivenza more uxorio, oramai legislativamente riconosciuta non soltanto in situazioni esplicanti una tutela dei soggetti deboli del rapporto ma anche all’insegna della valorizzazione della formazione sociale in quanto tale. (L. n.40/2004). La contraria tesi si presenta oggi priva di ragionevoli argomentazioni giustificatrici, probabilmente da ricondurre unicamente ad un favor matrimonii, nel senso di anacronistica induzione al vincolo nuziale, del tutto scomparsa tanto sotto il profilo sociale,che sotto quello giuridico”.

–        Art. 4 d.P.R. 30 maggio 1989, n. 223 (Nuovo regolamento anagrafico della popolazione residente).

Per quanto concerne la rilevanza normativa delle convivenze more uxorio, degna di menzione è la disposizione di cui all’art. 4 del d.P.R. 30 maggio 1989, n.223 (Nuovo regolamento anagrafico della popolazione residente).

A tenore della stessa: “… ai soli effetti anagrafici, per famiglia s’intende un’insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi,coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune”.

In merito alla tematica oggetto del presente lavoro la norma offre interessanti spunti di riflessione, laddove si consideri che la stessa potrebbe risolvere il problema dell’individuazione del momento iniziale della vicenda parafamiliare delle “vite convissute”.

E’ questo,notoriamente, uno dei maggiori ostacoli che si frappongono al riconoscimento di piena dignità giuridica alle relazioni extramatrimoniali.

Al fine di offrire a queste ultime un significativo presidio, diversi ordinamenti europei hanno riconosciuto un ampio potere dell’autonomia privata, rimettendo ad essa la possibilità di avvalersi di uno strumentario, seppure essenziale, predisposto dal diritto per un costrutto atipico quale quello delle convivenze.

Significativa, in tale ottica, è la possibilità di conferire riconoscimento legale alle unioni “non solennizzate mediante la registrazione delle stesse presso pubblici uffici, istituiti ad hoc”.

Una volta espletata tale formalità da essa discenderà l’applicazione di una serie di norme volte a regolamentare la vita di coppia,che nella sostanza ricalcano quelle dettate per l’unione legittima.

Ai fini del discorso che qui si svolge può ricordarsi che in Italia i conviventi, ai fini anagrafici, hanno titolo a farsi rilasciare dal Comune di residenza una dichiarazione di convivenza di fatto.

Nel lontano 1993 il Comune di Empoli aveva istituito  (primo caso in Italia),  il registro delle coppie di fatto, in cui avrebbero potuto esser reinseriti anche i conviventi appartenenti allo stesso sesso.

La delibera comunale in questione aveva trovato il parere contrario del Co.Re.Co (Organo di controllo sugli atti dei Comuni,poi soppresso) prima, e, in sede di ricorso avverso tale parere, del T.A.R. della Toscana; quest’ultimo aveva censurato l’iniziativa poiché “in omaggio al principio di uniformità e coerenza nell’intero territorio nazionale” , sarebbe stato di spettanza esclusiva dell’ordinamento l’eventuale riconoscimento delle unioni di fatto “quali fatti sociali giuridicamente rilevanti”.

 

Federica Locatelli