1. il presupposto dell’imposta.
In base all’art. 2 del d.lgs 446/1997, il presupposto della imposta in esame è dato dall’esercizio abituale di un’attività autonomamente organizzata, diretta alla produzione o allo scambio di beni ovvero alla prestazione di servizi. Costituisce, in ogni caso, presupposto per l’applicazione dell’imposta l’attività esercitata dalle società e dagli enti (ivi compresi gli organi e le amministrazioni dello Stato).
2. L’eccezione: i lavoratori autonomi.
La Corte Costituzionale, con la storica sentenza n. 156/2001 ha stabilito che, con riferimento ai lavoratori autonomi (a differenza di quanto è stato ritenuto dall’entrata in vigore del tributo sino alla citata pronunzia), la sussistenza di tale “autonoma organizzazione” non potesse essere presunta. Essa, invero, si può individuare laddove si verifichi il superamento di una soglia minima di requisiti: un certo tipo di organizzazione, l’utilizzo non occasionale delle prestazioni lavorative altrui, l’impiego di mezzi eccedenti il minimo indispensabile per lo svolgimento della professione.

3. il presupposto per l’assoggettamento ad IRAP dei lavoratori autonomi: l’“autonoma organizzazione” nella giurisprudenza della Corte di Cassazione.
Con specifico riguardo alla posizione dei lavoratori autonomi, presupposto per l’assoggettamento ad IRAP è la sussistenza, concreta, di una organizzazione di supporto all’attività svolta. A delineare i requisiti integranti detta organizzazione (capace di per sé stessa di produrre reddito) è intervenuta la giurisprudenza della Suprema Corte che, allo stato, ha raggiunto un orientamento consolidato su molti punti critici (per tutte, si veda l’ordinanza della Corte di Cassazione, sez. tributaria, n. 8574 del 14 aprile 2011, con riferimento anche all’ampia giurisprudenza citata nella predetta ordinanza, tra cui la pronunzia “capostipite”: Cass. 3673/2007).
In estrema sintesi, può dirsi che il professionista assoggettabile a IRAP deve essere, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non deve, per contro, essere inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità e interesse (è il caso, ad esempio, del reddito dei componenti del collegio sindacale di società, laddove l’attività viene svolta dal lavoratore presso la struttura di queste ultime).
Per essere assoggettato a IRAP, inoltre, occorre che il contribuente impieghi, nello svolgimento della sua attività, beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure che si avvalga della collaborazione non occasionale di lavoro altrui.
L’insegnamento della Corte di Cassazione, però, pare non essere recepito dall’amministrazione finanziaria che, nonostante i parametri costituenti, ormai, jus receptum, continua, con una pervicacia degna di miglior causa, a sottoporre le stesse argomentazioni al vaglio delle Commissioni tributarie, provinciali e regionali, ed alla stessa Corte regolatrice del diritto.
Concludendo, si può ormai dire -allo stato- definito l’“identikit” dei soggetti esenti dall’IRAP, che possono quindi evitare il versamento del tributo (e legittimamente opporsi laddove venisse richiesto dall’amministrazione finanziaria) e/o chiedere il rimborso di quanto versato indebitamente (per i 48 mesi precedenti).
La questione è sicuramente di grande attualità ed interesse, in quanto riguarda una grande fetta dei lavoratori autonomi, dagli avvocati ai commercialisti, dai medici agli agenti di commercio, dai tassisti ai geometri ed agli ingegneri.

Andrea Lucchina, Dottore in giurisprudenza