La “CASA FAMILIARE”, si sa, è il principale simbolo naturale e di aggregazione della famiglia.

Essa rappresenta il punto di riferimento per le persone che vi convivono.

Tanto è vero che in certi paesi  in guerra la  crudeltà vuole che all’avversario perdente gli venga distrutta la casa, per colpirlo ancora più duramente ed ostacolare gli eventuali superstiti nella riunificazione familiare.                                                                                 Del resto, senza casa difficilmente potrebbe formarsi una convivenza e,quindi, una famiglia.  Pertanto,possiamo affermare che la casa,oltre a rappresentare un indubbio bene patrimoniale ed economico, talvolta anche rilevante, rappresenta un bene affettivo, sociale e morale di notevole importanza, senza il quale non esisterebbe una vera “famiglia”, neppure di fatto.             Ovviamente, per “casa familiare” s’intende sia l’immobile di proprietà che quello concesso in locazione.

Famiglia di fatto e famiglia legittima:

 

 

Premesso che la famiglia legittima è quella fondata sul matrimonio e ordinata sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, così come previsto dall’ art. 143 c.c., mentre la famiglia di fatto è quella formata per motivi affettivi, senza il vincolo del matrimonio. Per quanto riguarda i diritti sulla casa familiare c’è una notevole differenza tra la famiglia di fatto e la famiglia legittima. Innanzi tutto, nella famiglia legittima se la casa viene acquistata in costanza di matrimonio, da uno o da entrambi i coniugi, essa normalmente, salva diversa convenzione, rientra nel regime di comunione dei beni e, quindi, appartiene per il 50% alla moglie e 50%  al marito.           Diversamente se l’acquisto avviene in costanza di convivenza more uxorio, essa è di proprietà di chi ne risulta intestatario nell’atto di acquisto e nelle relative trascrizioni.

Solitamente, in caso di separazione o divorzio nella coppia di coniugi legittimi, l’uso della casa viene assegnato alla moglie, anche se la casa stessa è di proprietà del marito.

La predetta assegnazione è prevista,nel caso di separazione personale, dal comma 4° dell’ art. 155 c.c., che dispone: “L’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza, e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli”.

Anche la legge sul divorzio (legge 1°dicembre 1970, n. 898), al comma 6 dell’art. 6,dispone:

L’abitazione della casa familiare spetta di preferenza al genitore cui vengono affidati i figli o con il quale i figli convivono oltre la maggiore età. In ogni caso ai fini dell’assegnazione il giudice dovrà valutare le condizioni economiche dei coniugi e le ragioni della decisione e favorire il coniuge più debole. L’assegnazione , in quanto trascritta, è opponibile al terzo acquirente ai sensi dell’art. 1599 del codice civile.”

 

In realtà i giudici assegnano spesso la casa alla moglie separata o divorziata, anche in assenza di figli, ritenendola (a torto o a ragione) il coniuge più debole economicamente.

 

COPPIA DI FATTO E CASA FAMILIARE:

Se la coppia di fatto entra in crisi e cessa la convivenza, a chi spetta l’assegnazione dell’uso della casa familiare? In questo caso non esistono diritti legali a favore del partner non intestatario della casa.

In linea di massima, pertanto, la casa appartiene a tutti gli effetti solo al legittimo proprietario. Tuttavia l’assegnazione in godimento della casa familiare può essere riconosciuta dal giudice, anche nel caso della cessazione del rapporto di convivenza di fatto, al genitore naturale affidatario di un minore o convivente con prole maggiorenne ma non economicamente autosufficiente.

Infatti, la sentenza della Corte Costituzionale n.166 del 13 maggio 1998, pur dichiarando non fondata l’incostituzionalità degli artt.155 c.c. 4°comma, e 151 c.c. 1°comma, in relazione agli artt. 2,3,24 e 30 Cost., ha stabilito che l’assegnazione in godimento della casa familiare al genitore naturale affidatario di un minore o convivente con prole maggiorenne,ma non economicamente autosufficiente, può essere stabilita dal giudice secondo una corretta interpretazione della normativa civilistica esistente, senza necessità di un intervento caduca torio della Corte.                Ciò in quanto,in questo caso, deve applicarsi il principio di responsabilità genitoriale, il quale è presente anche nell’ipotesi di cessazione di rapporto di convivenza more uxorio.

Quanto sopra vale per la coppia di fatto con figli minori o economicamente non autosufficienti.

Ovviamente, se la coppia di fatto non ha figli, in caso di crisi della convivenza, l’uso della casa familiare appartiene a tutti gli effetti al convivente proprietario della stessa.

DIRITTO DI ABITAZIONE DEL CONVIVENTE:

Come detto quindi,nel caso di coppia coniugata ,  il coniuge superstite non solo ha diritto comunque alla riserva di una quota di eredità, ma normalmente, ha anche diritto di abitazione sulla casa coniugale e di uso dei mobili in essa esistenti. Infatti, il 2°comma art.540 c.c., trattando dei diritti riservati ai legittimari, e in particolare della riserva a favore del coniuge,dispone:

Al coniuge, anche quando concorra con altri chiamati, sono riservati i diritti di abitazione sulla casa abitata a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni. Tali diritti gravano sulla porzione disponibile e, qualora questa non sia sufficiente, per il rimanente sulla quota di riserva del coniuge ed eventualmente sulla quota riservata ai figli”.

E il convivente superstite?

Egli non ha alcun diritto ereditario legittimo sulla casa familiare, salvo il caso di eredità testamentaria, di cui abbiamo già accennato poc’anzi.

 

Federica Locatelli